Ecco perché non danno le notizie. Aiutiamoci a cambiare l’informazione
L’Italia, si sa, è tra le nazioni del mondo il cui sistema d’informazione è parzialmente libero, ma quello che non si conosce, ad esclusione degli addetti ai lavori, è la grave situazione di precariato e indigenza che la gran parte dei giornalisti italiani subiscono quotidianamente. In primis dalla mancanza di un sistema di regole e norme certe, e a seguire lo sfruttamento sistematico degli editori sui prestatori d’opera, siano essi collaboratori, stagisti, corrispondenti e via discorrendo o personale esterno all’azienda editoriale.
L’occasione, e lo spunto per puntare i riflettori su questo tema, mi viene dato dall’articolo che vi propongo sotto. E che per molti versi delucida su le dinamiche che stanno a monte.
Faccio pero’ qualche considerazione. Di che crisi dell’editoria parliamo se, in primis, i grandi gruppi editoriali (Repubblica, Il Messaggero, Libero, Il Giornale, giusto per citarne alcuni, ma l’elenco è lungo) ricevono annualmente molti milioni di euro l’anno e pagano anche a meno di 2 euro a pezzo i loro collaboratori? Di quale crisi editoriale parliamo se chi è assunto in queste testate prende molte migliaia di euro mensili per un lavoro che svolgono per la gran parte dei collaboratori RETRIBUITI DA FAME e con denaro pubblico, ossia nostro? Di che crisi editoriale parliamo se i quotidiani (e non solo) non si vendono? Non sarebbe meglio dire che la logica del lavoro non qualificato (e della mancanza di professionalità, quindi) è proporzionale al livello bassissimo di retribuzione? Non è ovvio che meno paghi meno professionalità hai, e meno professionalità hai e meno io stesso acquisto qualcosa che è utile a mala pena ad avvolgere il pesce?
Insomma, l’argomento è complesso, e non facile da spiegare in pochi paragrafi. Ma sono certo che questo modello di giornalismo è fallimentare (e i numeri del resto parlano chiaro). Quindi, cari lettori, il futuro dell’informazione, e la vostra garanzia, è dei blogger e di chi è svincolato a tutti questi gruppi di potere, spesso legati alla politica, che guardano all’informazione per occultare la verità e ripulirsi la coscienza con lauti stipendi pagati da editori e faccendieri al soldo del politico di turno.
Per la dignità di questo lavoro: largo ai blogger, e all’informazione libera ed indipendente!

Gli editori dei quotidiani che incassano i milioni di euro dei fondi pubblici conferiti loro annualmente dallo Stato - cioè da noi - pagano i loro collaboratori 2 euro ad articolo. Ma ancora più spesso assolutamente nulla. L’Ordine dei Giornalisti ha chiesto a circa 1000 giornalisti freelance e 4000 giornalisti professionisti di una sessantina di testate, fra cui molte nazionali, di rivelare le condizioni in cui lavorano.
Alcuni esempi? “La Voce di Romagna”, che paga un articolo 2 euro e 50, e “Il Nuovo Corriere di Firenze”, che offre ai collaboratori forfait mensili da 50 a 100 euro. Ad entrambe le testate vanno contributi pubblici per oltre 2 milioni e mezzo di euro l’anno. “La Repubblica” (che rientra nel contributo al “gruppo l’espresso/la repubblica” di oltre 16 milioni di euro) paga 30 euro un articolo di 5000 – 6000 battute. “Il Messaggero” (circa un milione e mezzo di contributi) paga al massimo 27 euro ad articolo. L’“ANSA” paga 5 euro per ogni lancio. L’“APCOM” offre da 4 a 8 euro, ma non paga nulla nel caso in cui l’evento assegnato non si realizzi. “Il Sole 24 ore” (oltre 19 milioni di contributi l’anno) paga 50 centesimi a riga. “Libero” (5 milioni e 451 mila euro di contributi) dà 18 euro anche per un’apertura. “Il Manifesto” (oltre 5 milioni di contributi) pare non paghi alcuno degli articoli scritti dai collaboratori, neanche per le aperture.
Tutto ciò dimostra come quello del giornalista freelance (la categoria che si è potuta permettere il lusso di rispondere al sondaggio) sia uno dei lavori più precari e meno retribuiti dell’intero paese. E, di conseguenza, sia sottoposta a ricatto quotidiano, per cui poi non ci si può lamentare se certe notizie non vengono date, o vengono date in cinque righe e mezza a pagina sette. Gli editori infatti si inchinano schettinamente alle richieste del governo di turno, per non perdere il pingue finanziamento, mentre le grandi firme del giornalismo si guardano bene dal mettere in risalto le cose scomode per non perdere il posto molto ben retribuito. Dulcis in fundo, i collaboratori non possono permettersi scoop o rivelazioni perché ricattati con contratti capestro. Sembra che il coraggio sia ormai una prerogativa per soli blogger.
Ecco perché sarebbe stata importante la proposta di legge dell’Onorevole Meloni, che prevedeva l’istituzione di una “commissione specifica” per impedire che le testate sfruttassero i giornalisti precari e non applicassero retribuzioni adeguate, escludendo i trasgressori dai contributi pubblici. Ecco perché questa legge sarebbe stata un caposaldo per l’inizio di una nuova trasparenza dell’informazione e per garantire giustizia sociale sui posti di lavoro. Ecco perché, dopo essere stata approvata dalla Camera, di questa stessa legge è appena stata fatta carta straccia al Senato, per la meritoria opera demolitrice di Elsa Fornero.
L’Italia è piena di giornali di partito, di corrente o di condominio che campano con i soldi dei contribuenti e riempiono le loro redazioni di giovani e meno giovani, precari e sottopagati, mantenendoli sotto la soglia della povertà per meglio servire le istanze del Governo di turno. Molti di questi “Editori” da due euro al pezzo, magari, pagano anche con un anno di ritardo. Oppure, dopo un certo numero di articoli “pagati” (si fa per dire), pretendono tutti gli altri pezzi a titolo gratuito. Altri, invece, danno al massimo forfait mensili di 50 - 100 euro. Intanto Luigi Gubitosi, neo d.g. Rai, viene stipendiato con 650mila euro l’anno, sempre per la famosa storia della “spending review”.
Articolo di Stefano Davidson tratto da ByoBlu, Il video blog di Claudio Messora
@10 mesi fa